
La storia di un "venditore di sogni", di dischetti cibernetici che permettono di vivere (in cuffia) delle immagini virtuali. Una riflessione non solo brillante su quella manipolazione delle immagini che ormai conosciamo, ma pure intelligente, sui limiti talvolta crudeli che esistono fra la realtà e la rappresentazione di questa (che vogliamo, o sappiamo costruirci). Thriller e tecnologia: "Strange Days" trasporta l'intera faccenda nella Los Angeles del 31 dicembre 1999. Non solo fra i festeggiamenti di fine millenario dalla lussuria sfrenata e la violenza ormai masticata da videogame. Ma in un clima apocalittico di fine civiltà, fra scontri razziali e furori insurrezionali; il tutto in un'inquietudine esistenziale che costituisce uno degli aspetti di maggior fascino. "Strange Days", nei suoi momenti migliori, si fa allora una meditazione spettacolare, ma pure ispirata su come la degenerazione di una facile e suggestiva tecnologica si sovrappone ad una civiltà in decadenza. Un thriller futuristico che vive e scade a seconda degli umori registici di una cineasta disinvoltamente "reattiva" ad ogni forma di colore, di suono, di dinamica. Ed allora le immagini traducono perfettamente il delirio virtuale di un assassino, l'angoscia consapevole di una vittima, la sommossa di una folla, l'indignazione di un discorso (anche politico). Un film, quindi, che pur con tutte le sue contraddizioni (compiacimento formale, la ripetizione espressiva), non si lascia sopraffare dalla propria esuberanza, "condizionando", invece, il corpo al cervello, nell'"astrazione" calibrata di un'armonia inquietante.
# posted by Mazir : 10:09 PM
